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Previdenza integrativa, questa sconosciuta – Panorama #finsubito prestito immediato

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Brutto doverlo ammettere, ma ogni tanto allo Stato tocca fare il papà dei cittadini, prenderli per mano e costringerli a fare qualcosa nel loro interesse. Per esempio, obbligarli a investire dei soldi nei fondi integrativi in modo da non ritrovarseli a fine carriera poveri e arrabbiati con una pensione pubblica molto più bassa dello stipendio. Con il sistema attuale, chi smetterà di lavorare dal 2040 in poi con almeno 40 anni di contributi rischia infatti di prendere dall’Inps circa il 60 per cento dell’ultima retribuzione. Poco. Ma con il debito che abbiamo, aumentare la spesa previdenziale è impossibile: anzi, appena possono, i governi tagliuzzano gli assegni dei pensionati attuali riducendo l’adeguamento all’inflazione e risparmiando così miliardi.

Come sostenere dunque il tenore di vita dei futuri vecchietti? Facendo crescere il secondo pilastro, cioè la pensione integrativa, che allo Stato non costa nulla e in più dirotta risorse verso l’economia reale. Per questo la ministra del Lavoro Marina Calderone sta lavorando all’ipotesi di introdurre nel 2025 un semestre di silenzio assenso, durante il quale il trattamento di fine rapporto (il Tfr, la vecchia liquidazione) maturato nel periodo viene trasferito automaticamente ai fondi pensione integrativi, a meno che il lavoratore non dichiari esplicitamente di voler mantenere il Tfr in azienda. Si è anche ipotizzato di rendere obbligatorio il trasferimento di una parte del Tfr dei dipendenti ai fondi pensione, con qualche dubbio di costituzionalità. Va bene fare i paternalisti, ma non esageriamo…

Che cosa sono i fondi pensione

Dunque si torna a parlare di fondi pensione. Che cosa sono? Sono degli strumenti finanziari che permettono di costruire nel tempo un capitale da cui ricavare una rendita che integrerà la pensione futura. In Italia sono di quattro tipi: i fondi pensione negoziali, nati nell’ambito della contrattazione collettiva (nazionale o aziendale), che offrono una serie di vantaggi esclusivi; poi ci sono i prodotti destinati soprattutto ai lavoratori autonomi, come i fondi pensione aperti costituiti da banche, assicurazioni, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare; o i piani individuali pensionistici (Pip), istituiti dalle imprese di assicurazione; infine ci sono i fondi pensione preesistenti, creati da banche e grandi aziende prima del decreto legislativo del 1993 che introdusse per la prima volta una disciplina organica del settore. Tra fondi e Pip si contano in Italia 302 prodotti che hanno 9,6 milioni di iscritti e gestiscono oltre 224 miliardi di euro, il 10,8 per cento del Pil. In particolare i fondi negoziali di cui ci occupiamo in questo articolo, sono 33 con 3,9 milioni di iscritti. Tra i maggiori ci sono quelli dei metalmeccanici, che si chiama Cometa, quello dei chimici, Fonchim, quello degli edili, Prevedi. Ma 3,9 milioni di iscritti sono ancora pochi su un totale di circa 18 milioni di dipendenti.

Come funzionano e chi li controlla

I fondi pensione negoziali affidano la gestione degli investimenti a intermediari abilitati come banche o assicurazioni. Il lavoratore che decide di trasferire una parte della retribuzione o del Tfr nel fondo di categoria può scegliere tra più comparti: dai conservativi che offrono una garanzia di rendimento minimo, ai bilanciati, che investono in azioni e in obbligazioni fino agli azionari che investono principalmente in azioni. La loro attività è sotto il controllo della Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, operativa dal 1996. I fondi sono sicuri: nella loro storia non ci sono stati né fallimenti né sono stati al centro di scandali.

I vantaggi

Destinare parte della retribuzione nei fondi pensione negoziali presenta degli indubbi vantaggi. Il più evidente è che si investe un pezzetto dello stipendio lordo: in altre parole, se io rinuncio a 100 euro netti, sto versando nel fondo la quota corrispondente della retribuzione lorda, circa 150 euro. Fino alla cifra di 5.164,57 euro all’anno, i contributi versati alla previdenza complementare sono dedotti dall’imponibile fiscale, quindi vengono sottratti alla tassazione Irpef ordinaria applicata in busta paga. In più, se previsto dal contratto di lavoro, anche il datore di lavoro versa un piccolo contributo, che può variare dall’1 al 3 per cento dello stipendio lordo dell’iscritto. Il tutto con una semplicità disarmante: si occupa di ogni cosa l’azienda e il lavoratore deve solo mettere una firma e aderire al comparto che ha scelto. Nel caso in cui invece il dipendente decidesse di destinare parte o tutto il Tfr alla previdenza integrativa, non è previsto un contributo del datore di lavoro. Inoltre gli iscritti che passano a un’altra azienda o in un altro settore possono continuare a versare nel loro fondo o cambiarlo, così come possono farlo anche se mantengono lo stesso posto di lavoro E poi le commissioni previste dai fondi negoziali sono molto più basse rispetto ai fondi aperti o ai prodotti assicurativi: su un orizzonte temporale di dieci anni, l’indicatore sintetico dei costi (Isc) è pari allo 0,5 per cento per i fondi negoziali, dell’1,35 per i fondi pensione aperti, e del 2,17 per cento per i Pip.

La competizione con il Tfr

Eppure la previdenza integrativa non è decollata. Tante le ragioni: gli stipendi bassi, le pensioni pubbliche generose, la scarsa cultura finanziaria, una tassazione eccessiva (salita al 20 per cento sui risultati finanziari contro l’iniziale 11 per cento). E poi c’è la presenza del Tfr. La liquidazione, uno strumento poco diffuso all’estero, permette al lavoratore di accumulare un capitale (una mensilità all’anno) senza quasi accorgersene. E il meccanismo di rivalutazione del Tfr è interessante, l’1,5 per cento fisso più il 75 per cento dell’inflazione: con un livello di carovita basso, oggi inferiore al 2 per cento, è particolarmente vantaggioso. Perché rinunciare a questo tesoretto e passare ai fondi pensione? C’è però da tenere presente che se si cambia spesso lavoro, il Tfr viene incassato più volte ed è probabile che al momento della pensione si sia ridotto di parecchio.

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Rendono di più ma ci vuole pazienza

Un giovane che inizia a lavorare dovrebbe avere il coraggio di allocare parte della retribuzione o il Tfr in un comparto azionario: nel 2023 le linee azionarie hanno guadagnato in media il 10,2 per cento e da inizio 2014 ai primi sei mesi del 2024 hanno reso intorno al 4,5-5 per cento all’anno. Invece le linee bilanciate hanno reso tra il 2 e il 3 per cento e le linee garantite e quelle obbligazionarie meno dell’1 per cento. Quindi per battere il Tfr, che nel decennio è cresciuto del 2,4 per cento all’anno, e crearsi un capitale più sostanzioso conviene puntare sui comparti aggressivi e più rischiosi. Con l’accortezza però di cambiare cavallo quando ci si avvicina all’età del pensionamento, traslocando gli investimenti nei comparti obbligazionari per non trovarsi nel pieno di una crisi finanziaria proprio quando si può incassare la rendita o il capitale. Per fortuna è consentito ritardare questa opzione: il fondo continua a gestire il capitale accumulato in attesa della ripresa dei mercati. Ma ci vuole pazienza. La scelta del fondo azionario tuttavia è poco diffusa, circa la metà degli aderenti ha allocato i suoi contributi in linee di investimento con una quota azionaria nulla o marginale.

Capitale o rendita

Al raggiungimento dei requisiti per la pensione obbligatoria il lavoratore iscritto a un fondo può scegliere di trasformare la sua posizione individuale in rendita, ricevendo così una pensione complementare per tutta la vita; oppure ottenere fino a un massimo del 50 per cento del capitale accumulato in un’unica soluzione e il restante in rendita (ma occhio alle tasse: sul capitale l’aliquota va dal 15 al 9 per cento a seconda della permanenza nel fondo e se si è iscritti a un vecchio fondo che consente di ritirare l’intero capitale l’aliquota sfonda facilmente il 30). In genere gli italiani vogliono il capitale, vanificando l’obiettivo della previdenza integrativa, cioè aggiungere un po’ di soldi all’assegno dell’Inps. Ma quando l’iscritto di 67 anni si trova davanti alla possibilità di incassare subito 100 mila euro o di avere una rendita annua lorda di 7 mila euro, la tentazione di prendere tutto è forte.





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